
Il gruppo industriale italocanadese “Saputo Inc.” querela il settimanale L’Espresso, chiedendo 500 milioni di dollari per un articolo giudicato «falso e denigratorio».
Lo rende noto l’avvocato palermitano della società, Enzo Fragalà, secondo il quale «ammonta a centinaia di milioni di dollari bruciati in una seduta di Borsa, solo il danno diretto provocato da una serie di articoli sul gruppo industriale, accusato, ingiustamente, di essere legato a Cosa nostra e di riciclarne i proventi».
«Il management - aggiunge Fragalà -, dopo aver chiesto, inutilmente, una smentita, ha deciso di chiedere i danni attraverso una querela presentata da me alla procura di Roma e una citazione civile risarcitoria presentata dall’avvocato Francesco Caroleo».
Alla base della vicenda c’è un servizio del novembre scorso, con il titolo di copertina “Super Market Mafia”.
«Mai avuto rapporti con Bonanno né con la mafia. La storia della mia vita parla da sola. Ed è di una trasparenza adamantina», dice il presidente del gruppo, Lino Saputo, in una nota inviata dal suo legale. Saputo ribadisce di «non essere stato mai sottoposto ad indagine dalla Procura distrettuale antimafia di Roma», e nega di aver mai avuto rapporti con personaggi come Vito Rizzuto, Mariano Turrisi o Bonanno.
I legali dell’industriale affermano di aver allegato alla querela le certificazioni delle Procure di Roma e Milano che «escludono categoricamente l’iscrizione presente o passata dell’imprenditore nel registro degli indagati, e un certificato, della speciale commissione canadese sul crimine organizzato che esclude qualsiasi legame con la mafia».
«Devolverò l’intero risarcimento alla fondazione per la tutela dell’immagine degli interessi e del lavoro degli italiani emigrati in Canada», dice Saputo.