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Di Francesco Previti (del 16/11/2007 @ 15:18:29, in Notizie, linkato 313 volte)

È uno degli uomini più ricchi del mondo: il suo gruppo caseario fattura 4 miliardi. Ma ora i magistrati vogliono fare luce sul ruolo di Lino Saputo nel riciclaggio tra Italia e Canada. E spuntano rapporti con il padrino Bonanno Quella ragnatela tra Québec e Reggio Calabria

Dimenticate la mafia rurale di Provenzano. La Cosa Nostra italo-canadese descritta dalla Dia di Roma non taglieggia le focaccerie e non vive nei tuguri dei cugini siciliani. È una multinazionale del business che traffica in narcotici, ma pensa in grande: tonnellate di cocaina nascosta nel pellame per rendere impossibile il lavoro ai segugi dell'antidroga. ... Leggi tutta la scheda Lino Saputo Lino Saputo era felice come un bambino il 27 ottobre scorso. Maria Grazia Cucinotta, strizzata in un tubino scuro, quella sera al Plaza di Atlantic City gli stava consegnando il premio della Cnsa, la Confederazione dei siciliani del nord America: "Ecco a voi il miglior imprenditore dell'anno, il primo produttore di latticini del Canada, il terzo negli Stati Uniti". Il re del formaggio sorrideva ai 700 italiani. Ad applaudirlo c'erano l'ex ministro Enrico La Loggia, il console d'Italia a New York, il deputato di Philadelphia Salvatore Ferrigno, l'assessore siciliano Santi Formica e tanti altri.

A braccetto con l'altro premiato, l'attore Ben Gazzara, assaporava al volgere dei settant'anni la dolce discesa della vita. La mente andava alla lunga salita affrontata per essere su quel palco: l'infanzia in Sicilia, il piroscafo che nel 1952 lo porta da Montelepre, il paese del bandito Giuliano, fino all'America. Gli inizi con il padre, la bicicletta per consegnare 10 chili di mozzarella al giorno, la crescita, la quotazione in Borsa a Toronto, il boom dell'ultimo decennio che ha decuplicato il fatturato fino a 4 miliardi di dollari e gli utili a 400 milioni l'anno. Lino stringeva al cuore quella targa perché era un riconoscimento alla storia dei Saputo. Non poteva sapere che il nome della sua famiglia, impresso sul 35 per cento della produzione casearia del Canada, sulla squadra di calcio di Montreal e sullo stadio avveniristico della città, proprio quel nome a 4 mila miglia di distanza, era finito nel mirino della Direzione distrettuale antimafia di Roma coordinata da Italo Ormanni. Cinque giorni prima, il 22 ottobre, la Dia di Roma, guidata dal colonnello Paolo La Forgia, ha arrestato 16 boss e colletti bianchi del clan di Vito Rizzuto. Le indagini dei vicequestori Silvia Franzé e Alessandro Mosca sono durate due anni e hanno colpito duramente la connection tra il Canada e l'Italia.

A 'L'espresso' però risulta che l'ultima pista investigativa percorsa dal nucleo di polizia tributaria di Milano porta proprio ai rapporti tra Rizzuto e i Saputo. Il capitano Gerardo Marinelli e il maggiore Vincenzo Andreone hanno intercettato tra il 2005 e il 2006 l'imprenditore Mariano Turrisi, l'uomo di Rizzuto a Roma, mentre tentava di riciclare 600 milioni di dollari mediante la cessione proprio a Lino Saputo del suo gruppo Made in Italy, destinato a operare nel settore del lusso. Saputo non è indagato, ma l'operazione (vedi articolo a pag. 47) ha nuovamente acceso il faro sui suoi rapporti con la criminalità. Qualche mese prima degli arresti, il pm romano Adriano Iasillo ha scritto una lettera riservata alla Polizia interforze del Canada: "La Guardia di Finanza ha intercettato conversazioni dalle quali si capisce che è in corso un'operazione di cessione del gruppo Made in Italy all'imprenditore canadese Lino Saputo per la somma di 600 milioni di dollari americani di cui 300 sarebbero destinati direttamente alla famiglia capeggiata da Vito Rizzuto (...) sarebbe estremamente utile acquisire ogni dato che provi il collegamento tra Saputo e Rizzuto". Alla richiesta del pm italiano non è giunta alcuna risposta. 'L'espresso' ha svolto una ricerca negli archivi del governo canadese e dello Stato di New York, nei vecchi rapporti della polizia e dell'Fbi, scoprendo una serie di documenti che provano i trascorsi rapporti di affari tra Saputo e la storica famiglia Bonanno di New York, della quale proprio il boss Rizzuto è oggi il rappresentante in Canada.

Per ricostruire la saga parallela bisogna partire da un documento. La richiesta di ingresso in Canada presentata il 25 maggio 1964 da un emigrante: Giuseppe Bonanno, nato a Castellammare (Trapani), religione cattolica, cittadinanza statunitense. Bonanno non è un siciliano qualunque. Secondo molti è il Padrino con la 'P' maiuscola, quello al quale si sarebbe ispirato Mario Puzo per il personaggio di don Vito Corleone. Morirà nel 2002 dopo una sola condanna per ostruzione alla giustizia, ma quando presenta la domanda per entrare in Canada è il capo della famiglia omonima che compone insieme ad altre quattro la cupola americana di Cosa Nostra. Bonanno lascia New York per sfuggire alle indagini e ai killer del clan rivale. Punta su Montreal perché sa di avere amici pronti ad accoglierlo: i Saputo. Allegata alla sua domanda c'è una lettera della Giuseppe Saputo & sons: "Caro Mr. Joseph Bonanno (.) tu ci hai aiutato molto negli anni e noi siamo felici di averti nelle nostre attività. Siamo pronti a darti il 20 per cento delle nostre tre società a fronte di un investimento di 8 mila dollari. Siamo certi che ci potrai aiutare enormemente nell'espansione dell'attività. Con il tuo aiuto raddoppieremo i dipendenti". Non c'è da stupirsi. Bonanno non gestiva solo affari illeciti. Come racconterà nella sua autobiografia, 'Uomo d'onore', tra una sparatoria e l'altra fabbricava anche mozzarelle. Nel Wisconsin era socio occulto di un caseificio (tuttora attivo) gestito da un certo John Di Bella di Montelepre, il paese dei Saputo. Proprio Di Bella presentò 'Il Padrino' e 'Il re del formaggio' e chissà che non sia lo stesso John Di Bella che accompagnò Bonanno al vertice più importante della storia della mafia, nel 1957, al Grand Hotel delle Palme di Palermo.

 

di Marco Lillo e Antonio Nicaso @ L'Espresso

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