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L'azienda Rai presa a sberle dai privati

Questa dei Mondiali di calcio è l'ultima perla di una catena che ha portato a perdere la pallavolo, il basket, la Coppa America di vela


Sarò forse malevolo, ma a me sembra che l'azienda Rai stia andando per aria, e non nel senso dell'etere e delle onde. E pensare che l'azienda è una spa che ha 60 milioni di azionisti: gli italiani. Del '68 parigino c'è solo uno slogan che mi piace e condivido: "Ogni potere abusa. Il potere assoluto abusa assolutamente". Bene: non mi piace quello che sta accadendo nella tv di Stato, e non vorrei che certi biasimevoli usi e costumi si estendessero, con prevedibili conseguenze, anche alla carta stampata.
Altro che riforma della Rai: a viale Mazzini, a Roma, non riescono neppure a mettere insieme un nuovo consiglio di amministrazione. E di poltrone ce n'è una addirittura da tempo libera e in attesa: quella del presidente.

Eduardo De Filippo chiamava con sarcasmo il televisore 'quell'elettrodomestico'.
Effettivamente lo è: ma nel bene e nel male e, oltre a delle colpe, ha anche qualche merito. Ha fatto, per l'unità degli italiani, quasi quanto Mazzini e Garibaldi. Adesso parlano e si insultano almeno nella stessa lingua, mentre durante il Risorgimento si sparavano addosso anche perché non si capivano. Negli anni di Ettore Bernabei, fanfaniano e intelligente, che diceva anche qualche parolaccia, ma aveva le idee chiare, entrarono in Rai Furio Colombo, Umberto Eco, Fabiano Fabiani, Ugo Gregoretti, Emmanuele Milano, Giuseppe Lisi, e di sicuro dimentico qualcuno.

Bernabei portò - tra l'altro - la divulgazione culturale, la storia e la scienza poi, in nome di un sano realismo, arrivò la lottizzazione, che doveva sostituire la dittatura democristiana. C'erano i craxiani e i martelliani, i comunisti, la sinistra Dc e la destra, e se il presidente credeva nel Garofano, o nel Bianco Fiore, c'era una flora così variata che neppure era rappresentata nel catalogo Sgaravatti. Non è che Mamma Rai col tempo sia diventata virtuosa e più abile: è notizia fresca che i diritti sui Mondiali di calcio del 2006 se li è presi Sky (per 40 milioni di euro), che ha saputo trattare e ha dimezzato l'offerta che era stata fatta alla televisione pubblica.

Questo può far piacere, magari alle tre reti del presidente del Consiglio, che in quel periodo non avranno la concorrenza temuta, ma noi paghiamo un canone, e se capiamo poco di quello che succede in Italia, almeno avrebbero dovuto farci vedere che cosa succede col pallone nel mondo. Dunque, debbono subito abolire lo slogan: 'Di tutto, di più', perché abbiamo già perso altri grandi avvenimenti sportivi; insomma è finita l'epoca del monopolio, c'è Mediaset e c'è Sky e il così detto servizio pubblico prende sberle da quelli privati. E in più poi sborsiamo. Racconta Enrico Varriale che questa dei Mondiali è "l'ultima perla di una catena che ha portato a perdere la pallavolo, il basket e la Coppa America di vela". Per fortuna non c'è anche un torneo internazionale di rubamazzetto.

Sempre nel periodo della lottizzazione circolava una battuta che diceva: "In Rai hanno assunto cinque giornalisti: due democristiani, un socialista, un comunista e uno bravo". Nella facezia c'era anche del vero, ma dopo non è venuto il meglio: almeno a quei tempi, non erano apprezzate le dichiarazioni pubbliche di amore al presidente del Consiglio, che poi magari in seguito poteva assegnare il comando di altri settori della Rai. Quello che sta succedendo oggi non è una eccezione in un mondo virtuoso: è purtroppo il ritratto di una situazione generale che, forse, il mezzo televisivo colorisce.

Un libro di quel geniale scrittore che è stato Cesare Zavattini si intitola: 'Parliamo tanto di me'. La tentazione è forte. Sono grato alla Rai per tutte le opportunità che mi ha offerto: ma poi qualcuno ha pensato che la mia presenza non fosse in linea con le recenti filosofie e mi hanno fatto togliere il disturbo. Ho ormai una età che mi consente di guardare a queste vicende e a certi personaggi col dovuto distacco: il mestiere mi ha fatto compagnia, ma so stare anche da solo. Non appartengo ad aree, non sventolo bandiere, sogno per la Repubblica un futuro che abbia il sapore della normalità: ognuno al suo posto. Abbiamo già avuto l'Eiar, Ente italiano audizioni radiofoniche, che diceva le verità del regime. Possiamo sperare di raccontare anche le nostre? Poi la gente giudicherà.

di Enzo Biagi

http://www.espressonline.it/

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